L’horror italiano e un patrimonio da rifondare

Nella sezione cortometraggi del Transilvania Film Festival, tra i principali eventi cinematografici a livello mondiale, per la prima volta in quattro anni viene presentato nella sezione “competizione cortometraggi horror” un lavoro italiano. Per la prima volta in quattro anni in cui, a detta degli stessi organizzatori, metà della programmazione della sezione è costituita da autori spagnoli che, insieme con gli orientali, rappresentano la nuova frontiera del cinema d’orrore.
Dà fastidio pensare che il cinema di genere in Italia non sia più considerato dai produttori degno di essere finanziato. Sarà che Dario Argento non è, ormai da anni, quello di un tempo, che altri autori come Lamberto Bava ormai lavorano nelle fiction perché lì i soldi vengono spesi, o che è effettivamente difficile competere con i film americani – ma anche francesi e spagnoli – che hanno un mercato maggiore per motivi linguistici, ma il fastidio rimane, anche perché tutti le nuove generazioni di autori horror, che siano iberici, d’oltralpe o addirittura al di là dell’Atlantico, pagano dovuto omaggio alla tradizione italiana dei vari Mario Bava, Riccardo Freda, Umberto Lenzi, Ruggero Deodato e Dario Argento.
Il film presentato al TIFF, Io sono morta del giovane Francesco Picone, è un cortometraggio semplice ma pieno di passione e di idee. Realizzato con un budget davvero contenuto, nella maniera più indipendente possibile, Io sono morta è un omaggio all’horror sanguinolento, in cui sono riversate tante anime del cinema del terrore: la coppia sola in un bosco; vampiri; un amore non corrisposto; un pazzo sanguinario che si diverte a torturare le proprie vittime; location claustrofobiche. Il tutto, come detto, realizzato con pochi soldi. Si pensi, in primo luogo, agli effetti visivi e al trucco. Davvero notevoli.
Attualmente, Picone è in fase di post-produzione della sua ultima fatica, un corto a tema zombie che spera possa diventare un lungometraggio.
Ci vogliono produttori che credano ancora nel cinema horror italiano e distributori coraggiosi che diano visibilità alle pellicole. Quest’ultimo, forse, è il problema principale, che colpisce non solo i giovani, ma anche chi ha una grande esperienza alle spalle. Si pensi a Sergio Stivaletti o Alex Infascelli, i cui film sono destinati a essere distribuiti in un paio di copie in piena estate o a uscire direttamente in DVD. Purtroppo Youtube da solo non basta a rifare grande la tradizione italiana.

(Armando Rotondi)


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