Stanze Nascoste

“Stanze Nascoste” di Derek Raymond (Meridiano Zero)
Dopo “Incubo di strada”, Meridiano Zero ci regala un’altra perla di un grande maestro del noir, Stanze Nascoste di Derek Raymond
In “Stanze Nascoste” (scritto nel 1991) lo scrittore inglese racconta le vicende della propria vita sospesa tra ricchezza e gang di strada. Ma il romanzo è anche  il suo testamento letterario, il suo personale manuale di vita e di scrittura in cui cerca di spiegare al lettore le sue passioni per maestri come Gogol, Babel, Poe, Collins, Dostoevskij, Shakespeare e la sua metafisica del Noir.
Più che una autobiografia, “Stanze Nascoste” è stato definito un labirinto per comprendere Raymond, ed è proprio quella la sensazione che emana tra le pagine, quando ci perdiamo proprio nel momento in cui pensiamo di essere vicini.
Robin William Arthur Cook, più noto come Derek Raymond, era nato, come un piccolo principe, tra le lusinghe e i privilegi delle classi alte, il 12 giugno 1931, a Baker Street, a qualche passo dalla casa di Sherlock Holmes.
Cresciuto tra Eton e il castello di famiglia nel Kent, avrebbe potuto vedere esaudito ogni suo capriccio. Ma la Seconda guerra mondiale portò via la possibilità di essere al contempo innocenti e fortunati. Sotto le bombe la morte era troppo vicina, l’iniquità del classismo troppo nuda. Raymond decise di abbandonare la comodità e di cercare una nuova casa tra i bordelli, i quartieri maledetti, i bar malfamati e le prigioni dell’Europa.
Della Spagna di Franco, dell’Italia liberata, della Francia dei piccoli borghi, abitò i marciapiedi sporchi di sangue e di malavita, e la terra fertile dei contadini, godendo il piacere del vino e della stanchezza nelle braccia. Ha fatto ogni lavoro possibile, ha lasciato che la fatica e il bere solcassero il suo viso in un reticolo di rughe aspre come ferite, è ritornato a Londra per immergersi nel sottobosco della criminalità degli anni ’60; la sua stessa vita è stata un noir.
Non ha mai avuto un soldo in tasca, nemmeno quando per strada veniva riconosciuto come il grande autore de Il mio nome era Dora Suarez, e ha sempre saputo che la sua essenza era nella scrittura, il noir era il suo modo di tenere la vita nel palmo, come un cuore pulsante, sofferente, disperato.
Raymond stesso ha descritto l’anima del noir, una specie di legge etica del genere, secondo la sua visione: Lo scopo del noir è mostrare tutta la merda che lo Stato, come una vecchia domestica isterica, cerca costantemente di nascondere sotto il tappeto. Il noir solleva il tappeto davanti al maggior numero di gente possibile dicendo: “Non pensate anche voi che qua sotto ci sia una gran puzza di merda?”

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