Recensione: Vallanzasca – Gli angeli del male

VALLANZASCA – GLI ANGELI DEL MALE

di Michele Placido

Capita che il Terzo Occhio a volte assapori il sottile brivido della sala cinematografica. Capita che le luci si spengano, il film abbia inizio, il tutto mentre il Terzo Occhio osserva, assimila, e giudica.

Giudicare però, non è sempre facile, anzi forse non lo è mai. E Vallanzasca non fa eccezione.

Il film narra la vita del “bel René”, come veniva soprannominato negli anni 70 Renato Vallanzasca, delinquente incallito che imperversò nel milanese con furti, sequestri, rapine e omicidi, facendo saltare i nervi a tutti, dalle autorità alle organizzazioni criminali avverse.

Michele Placido ci mostra un personaggio in caduta libera verso il baratro dell’autodistruzione, che sembra non riuscire a tenere i fili della propria esistenza, lasciandosi sopraffare dagli eventi e dall’amicizia per le persone sbagliate che, per una serie di circostanze, finiscono per deluderlo se non addirittura, nel caso più estremo, tradirlo.

L’apertura non è delle migliori, una serie di sequenze che riassumono la vita del protagonista da ragazzino – narrata da lui stesso – fino al tragico suicidio del fratello, indicato come punto di svolta verso una vita fatta di illegalità ed eccessi, dai più piccoli furti alle rapine, che decretano la nomina di Vallanzasca a boss della Banda della Comasina. Peccato non essersi soffermati di più sul Renato bambino, per comprenderne meglio le difficoltà dell’infanzia. Con cinque minuti girati in più, il Terzo Occhio avrebbe potuto immergersi più a fondo in quella personalità complessa che poi, nel corso del film, emerge in modo da dare un taglio istrionico e carismatico al bel René.

Le poco più di due ore trascorrono veloci nella sala buia, la ricostruzione dell’epoca è tale che, una volta tornati alla realtà, viene da chiedersi dove siano finite le Fiat 128, le lunghe basette e i capelli cotonati, le camicie sgargianti e i calzoni a campana.

Da segnalare la superba prova di Kim Rossi Stuart nei panni del protagonista, che per l’occasione sfoggia un accento milanese che suona vero per quasi tutto il tempo; l’attore riesce a dare il meglio di sé tanto nelle scene tragiche – la sequenza della morte dell’amico fedifrago su tutte – quanto in quelle più leggere e ironiche – come le scene del processo e dell’intervista radiofonica – ottenendo di calamitare lo spettatore per tutto il tempo, facendo sì che questi si interroghi su quali saranno le reazioni del bel René di fronte alle provocazioni che, di volta in volta, egli si trova a subire.

Altra perla è l’interpretazione di Filippo Timi, nel ruolo dell’amico d’infanzia Enzo, che riesce a dar vita a un personaggio così disperatamente sopra le righe nella sua follia distruttiva, da non poter non suscitare al contempo una pena viscerale – per il personaggio – e un’attonita ammirazione – per l’attore.

Il film si chiude con la cattura, pressoché casuale, di Vallanzasca da parte di alcuni agenti, ai quali egli decide di consegnarsi per non spargere altro sangue, considerata anche la giovane età di uno di essi. Placido sembra simpatizzare con il suo personaggio e questo spiega le critiche mosse al film alla presentazione al Festival di Venezia. Ma in fondo, considerando che la principale fonte di informazioni è derivata da due libri dello stesso Vallanzasca (“Il fiore del male” scritto assieme a Carlo Bonini e “Lettera a Renato” scritto con l’attuale moglie Antonella D’Agostino) non poteva essere altrimenti.

Il Terzo Occhio abbassa la sua palpebra su una frase detta da Vallanzasca ai microfoni di Radio Popolare:

“Io non sono cattivo. Ho soltanto il lato oscuro un po’ pronunciato. Sono come un angelo affascinato dal buio.” 

 Tre coltelli.

(Nero Cafè – Daniele Picciuti)

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