La collina degli ulivi, di Fabio Carapezza

La Collina degli Ulivi“Se non lavori, sei fuori. Se lavori, sei fuori lo stesso. Le ore della giornata sono troppo poche per sprecarne otto o dieci, tutti i santi giorni del calendario, con la sola concessione canonica di due settimane di ferie. C’è gente che si ammazza nello stesso buco per quarant’anni, copia scolorita del tempo che la uccide.”

Giada è una donna di quarant’anni. Grigia e invisibile per scelta, si mimetizza nel mondo. Sta per farla finita, schiacciata dal peso di se stessa. A distoglierla dall’appuntamento con la Nera Signora, il soggetto più improbabile: un ladro, tossico, introdottosi in casa sua negli istanti che sarebbero potuti esserle fatali, quando Giada era con due piedi nel vuoto. Salvo. Mai nome fu più evocativo. Le due esistenze si incrociano, si intersecano. Lei entra nella vita di lui, scegliendo consapevolmente. Lei che non ha nulla, a parte un fratello in crisi mistica e amorosa, lei che esiste suo malgrado. E quando Salvo viene quasi casualmente in possesso di qualcosa di scottante e prezioso, e per questo inizia ad essere braccato da qualcuno molto potente, Giada diventa un tutt’uno con lui, condividendone i molti guai. Perché Giada, il di lei fratello Daniele, Salvo, e tutti i personaggi della storia decidono liberamente il loro domani, scegliendo da uno strano agente di commercio il proprio destino, contenuto come tutti in una valigetta di pelle piuttosto particolare.

È molto denso, questo libro di Fabio Carapezza. Carico di significati, definibile, forse, per me che odio le definizioni, noir filosofico. Sì, perché accanto alla vicenda che si dipana, molto è incentrato sul senso che ogni personaggio dà e si dà della propria esistenza, con la metaforica figura del mercante di scelte, un po’ Lucifero e un po’ Destino, che accompagna i protagonisti nelle loro decisioni, incoraggiandoli a farle senza condizioni. Certamente originali e realistiche le cornici, in una Parma descritta in modo disincantato, non vista attraverso artificiali colori di una TV al plasma, ma da occhi spesso annebbiati da esistenze profondamente tormentate. Realistico anche lo stile di scrittura, raffinato, colto, carico di riferimenti illustri, ma fuori dagli schemi ordinati e canonici, più vicino al modo di pensare e di agire delle persone, che non alle indicazioni dei manuali di scrittura. Per queste sue caratteristiche, La collina degli ulivi è forse troppo. Inizialmente ruvido, angoloso, come nella realtà sono le menti, i modi di pensare delle persone, che non agiscono mai secondo prevedibili binari, bensì seguendo traiettorie sconnesse, a volte quasi casuali, spessissimo più istintive che logiche. D’altronde la natura umana è quella, siamo esseri irrazionalmente pensanti, non automi che fanno corrispondere una determinata reazione a ciascuna azione.

Si fa molta fatica ad approcciarsi a quest’opera, proprio per la sua natura “alta”, ricca, eclettica. E l’autore non usa mezzucci, squallide ruffianerie per accattivarsi l’attenzione. Lui è così, poi sta a chi legge trovare la giusta chiave di interpretazione e la necessaria soglia di attenzione, decisamente elevata. Se ci riesce, viene abbondantemente ricompensato da un libro certamente valido, che lascia il segno. Nero.

4 coltelli

(Giovanni Cattaneo)

terzo occhio 4 coltelli


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