22/11/’63, di Stephen King

librokingTitolo: 22/11/’63
Autore: Stephen King
Editore: Sperling & Kupfer
Anno: 2011
Pagine: 737
Prezzo: 7,99 euro (ebook) 15,00 euro (cartaceo)

Sinossi

Jake Epping ha trentacinque anni, è professore di inglese al liceo di Lisbon Falls, nel Maine, e arrotonda lo stipendio insegnando anche alla scuola serale. Vive solo, ma ha parecchi amici sui quali contare, e il migliore è Al, che gestisce la tavola calda. È proprio lui a rivelare a Jake il segreto che cambierà il suo destino: il negozio in realtà è un passaggio spaziotemporale che conduce al 1958. Al coinvolge Jake in una missione folle e follemente possibile: impedire l’assassinio di Kennedy. Comincia così la nuova esistenza di Jake nel mondo di Elvis, James Dean e JFK, delle automobili interminabili e del twist, dove convivono un’anima inquieta di nome Lee Harvey Oswald e la bella bibliotecaria Sadie Dunhill. Che diventa per Jake l’amore della vita. Una vita che sovverte tutte le regole del tempo conosciute. E forse anche quelle della Storia.

La recensione di Nero Cafè

Mi sono avvicinata al genere horror attorno ai dodici anni ed è stato proprio grazie a Stephen King, di conseguenza gli sono ciecamente fedele anche in quelle opere che, a onor del vero, non sembrano uscire dalla penna del Re dell’horror.

La narrazione è controversa: in alcuni passaggi non avanza, è lenta, sa di stantio, mentre in altri fila con maggior fluidità. Questo accade, probabilmente, perché vi sono picchi in cui il lettore si sente più coinvolto, mentre in altri mastica azioni ed emozioni scontate, dette e ridette all’inverosimile. Tuttavia, l’intreccio che l’autore presenta – grosso modo lineare – è ben strutturato e il narratore in prima persona rende possibile un’introspezione profonda grazie alla quale il lettore riesce ad afferrare meccanismi e comportamenti che, con un narratore in terza, seppur onnisciente, gli sarebbero preclusi. Lo stile del romanzo è kinghiano e non c’è altro modo di definirlo: periodi complessi, dalla sintassi ricca e articolata, che denotano non solo la meravigliosa padronanza linguistica dello scrittore, ma anche una propensione al perfezionismo lessicale (perfezionismo che, come vedremo, è andato a farsi benedire a causa di una traduzione davvero pedestre).
Per il resto, il Re lo si ritrova pienamente nella caratterizzazione dei personaggi, ben definiti sotto l’aspetto fisico e psicologico e ideologico. Bellissime le descrizioni di Marina, la moglie di Lee Oswald, di cui King riesce a dipingere la triste bellezza con tocchi sapienti di penna. Un riferimento doveroso ai dialoghi, sempre vivi, sempre veri, capaci di differenziare i personaggi e darne concretezza. Ottime le ambientazioni, tridimensionali e realistiche, perfettamente in linea con il periodo storico trattato.

22/11/’63, per me, è uno dei titoli firmati Stephen King più controversi e di difficile catalogazione, quindi è complicato dare un giudizio univoco. Mi spiego meglio.
In primis, è necessario dire che la lettura è inficiata da una traduzione davvero terribile, sgrammaticata e ridondante. Punteggiatura “messa a caso” (ho perso davvero il conto delle virgole tra soggetto e verbo), refusi e una marea di avverbi di modo non presenti nel testo originale. E già qui non ci siamo. A peggiorare le cose sono gli eventi proposti dall’autore stesso: un “librone” che, a ben rifletterci, si sarebbe potuto dimezzare senza problemi. Tediosissime le parti relative alla storia d’amore tra Jake e Sadie, così barbose che persino io (amante di Hugo, Dickens e Dostoevskij, quindi non parliamo propriamente di letture leggere) ho avuto più volte l’istinto di chiudere il libro e non aprirlo mai più. Loro e quella dannata torta paradiso sono stati molto spesso sul punto di farmi saltare tutti i nervi in un colpo solo. Di conseguenza, se dovessi valutare il libro sotto l’aspetto puramente narrativo, appiopperei un coltello e mezzo giusto perché sono una grande fan di King e ho per lui un occhio di riguardo.
C’è un però. Dopo aver imprecato in tutte le lingue del mondo, anche quelle morte, e aver chiuso il libro, mi sono resa conto che io, schifosissime torte paradiso a parte, ero lì. Sì, esatto, ero lì, ero nell’America anni Sessanta, ero a Dallas il giorno dell’attentato a J.F. Kennedy; io ero per quelle vie e respiravo sia l’enfasi della popolazione acclamante sia la folle rabbia di Oswald; ero lì e vedevo i palazzi, le fabbriche, le auto, i vestiti. Questo significa solo una cosa: il lavoro di ricerca e di riproduzione storica è stato immenso, attento e maniacale. King è riuscito nell’intento di dipingere come un meticoloso pittore fiammingo gli Stati Uniti di quegli anni, rendendoli accessibili a qualsiasi lettore capace di resistere sino alla fine del libro. Ciò glielo si deve riconoscere e, di conseguenza, se dovessi valutare l’intera opera come ricostruzione storica sarei propensa ad attribuire la valutazione piena.
Dunque, dove sta la verità? Secondo me, la verità sta nel mezzo e ciò giustifica il mio giudizio finale.

Un’ultima cosa, forse la più importante. Consiglio o no la lettura del libro?
Se avete pazienza, nervi saldi e soprattutto siete curiosi di conoscere l’America anni Sessanta e le dinamiche dell’assassinio di Kennedy, la risposta è senza alcun dubbio sì.
Se, al contrario, cercate una lettura coinvolgente e in grado di farvi venire i brividi, la risposta non può che essere no.

Estratto

Per un momento tutto mi fu chiaro, e nei momenti in cui accade, vedi quant’è sottile il mondo. Non lo sappiamo tutti quanti, in cuor nostro? È un meccanismo perfetto e bilanciato di voci ed echi che fanno da rotelle e leve, onirico orologio che rintocca oltre il vetro degli arcani che chiamiamo vita. Oltre? Sotto? Intorno? Caos, tempeste. Uomini con martelli, uomini con coltelli, uomini con pistole. Donne che pervertono ciò che non possono dominare e denigrano ciò che non possono capire. Un universo di orrore e smarrimento circonda un palcoscenico illuminato, sul quale noi mortali danziamo per sfidare le tenebre.

Valutazione: tre coltelli.

(Tatiana Sabina Meloni)

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