El Brujo Grand Hotel, di Stefano Fantelli (Cut Up Comics)

“Spiegami ancora perché devi fare una cosa così stupida e forse, ma dico forse, non resterai single!” 
“Perché sono il Brujo. Faccio questo genere di cose, no? Mi getto nel fuoco, sono bravo in questo. È vero, Angelo?” 
“Vero! Sei bravissimo te a gettarti nel fuoco, Brujo!” 

El Brujo è un poeta, stregone, guerriero e cacciatore di fate vampire, e in quel di Bologna studia e combatte gli aspetti più oscuri della realtà, affiancato dagli angeli caduti Mela e Angelo e dal nano porno-attore Beaugeant.
Se queste premesse non vi hanno incuriosito, immagino che poco altro al mondo possa farlo.

Leggendo El Brujo Grand Hotel, due giudizi continuavano a risuonarmi in testa. Il primo viene dalla prefazione al volume, a opera di Gianfranco Manfredi: “El Brujo Grand Hotel è davvero uno strano fumetto”. Il secondo è di Danilo Arona, dall’intervista su Morbo Veneziano (che potete leggere su Knife 2): “Stefano Fantelli, ‘El Brujo’, è scrittore e sceneggiatore a mio parere geniale e fuori dal coro”. Entrambe le affermazioni sono più che condivisibili.
El Brujo è (opera di) Stefano Fantelli, bolognese classe ’72, autore di Dark Circus (Cut Up, 2008) e Alla Fine della Notte (Mobydick, 2003), oltre che di una sterminata produzione di racconti tra antologie e riviste.  
Grand Hotel è un volume fatto di storie brevi – frammenti di narrazioni la cui lunghezza può variare da una pagina a più di venticinque – che definire autoconclusive sarebbe sbagliato visto che spesso Fantelli, una volta detto quel che ha da dire, non ci svela come le vicende abbiano termine.
L’autore non è solo in questa avventura, ma spalleggiato da un team di volenterosi come Gianfranco Staltari, che ha scritto alcune sceneggiature, e un esteso numero di disegnatori e inchiostratori (Dario Viotti, Massimiliano Gallo, Salvo Coniglione, Francesca Ciregia, Matteo Anselmo, Rossano Piccioni e tanti altri). A Dario Viotti, in particolare, autore della “maggioranza relativa” delle tavole del volume, va il merito di un’ottima caratterizzazione grafica dei personaggi.  Inoltre, il libro è impreziosito da una galleria di disegni di alcuni tra gli artisi menzionati, a cui si aggiungono i nomi importanti di Elena Cesana, Massimo Dall’Oglio, Andrea Del Campo, Paolo Massagli, Valerio Nizi ed Emanuele Simoncini.
Una lettura superficiale dell’opera permette di enucleare tre elementi fondamentali: un’attenzione quasi maniacale verso le armi; un erotismo minaccioso, predatorio, divorante; la violenza dell’horror, che giustifica il primo elemento e dà un significato più oscuro al secondo. Ma la verità è che in El Brujo c’è molto di più. Anzi, in El Brujo c’è tutto. L’ibridazione, che è parola d’ordine della letteratura di genere in questi anni, è qui un principio espresso ai massimi livelli. Pulp, horror, western, fantasy, eros e weird nutrono Grand Hotel. E l’ibridazione non si limita al genere. Fantelli mescola registro linguistico alto e basso, sfiora istanti di puro lirismo e gode di momenti di comicità grottesca; frammenti narrativi intensi e toccanti, come “L’abbazia” o “Un amore così grande”, si alternano a episodi dal finale spiazzante, paradossale, come “Il familiare” o “Il cacciatore”.
In Grand Hotel richiami e riferimenti si sprecano a ogni pagina, eppure non c’è un intento referenziale che si sostanzia in una ricerca della citazione a tutti i costi. Anzi, ogni citazione, esplicita o occulta, non importa quanto voluta o meno, risulta interiorizzata dalla scrittura di Fantelli, e spesso soggiogata o sbeffeggiata a seconda del momento. Sono ricorrenti i riferimenti a Dylan Dog (“questa non è Londra, è Bologna”) ma chi ritiene che il Brujo sia troppo debitore del personaggio di Sclavi ha capito poco. E avete presente Death, la Morte nel Sandman di Neil Gaiman? L’amica che tutti quanti vorremmo ad accompagnarci nel nostro viaggio nell’Aldilà? Immaginatela come una bomba sexy per la quale fareste tutto pur di averla, anche finire – appunto – nell’Aldilà. Leggete “Su quella volta che bruciammo lo scrittore”, un episodio in pieno delirio psichedelico che non può non ricordarvi il Bryan Talbot degli anni ’70 (quello di Brainstorm, per intenderci). L’incipit di “Spuntini notturni”? Ditemi se non siamo di fronte al ribaltamento dei canoni classici delle riviste horror Creepy o Eerie.
In questo calderone, nemmeno la Disney si salva. E, se è per questo, neanche Amedeo Nazzari.

La magia di un personaggio come il Brujo è che ne vediamo solo schegge di vita, narrazioni su media diversi e scritte con stili differenti, ed è vero ancora una volta quel che dice Manfredi nella prefazione: “quando arriverete alla fine del volume, è matematico che vorrete saperne di più sul Brujo, leggerne altri frammenti, seguirne altri percorsi”. Infatti El Brujo, non il fumetto, ma proprio lui, Brujo, è un mosaico da ricomporre, senza la certezza che il lavoro possa mai arrivare al termine. Tanti piccoli scorci di Brujo e compagni da cogliere qua e là, tra libri, fumetti, siti web. E l’illusione che lui sia lì fuori, sempre che di illusione si tratti, diventa reale.

Sotto il linguaggio a tratti colorito, situazioni oltre i limiti dell’assurdo e soluzioni talvolta paradossali, El Brujo Grand Hotel si rivela un gran fumetto per palati raffinati, fuori da ogni schema.
Astenersi lettori convenzionali.

(Marco Battaglia) 

This entry was posted in From Hell - Il mondo dei fumetti and tagged , , . Bookmark the permalink.

Comments are closed.