Vincolo di sangue, di Gianluca Arrighi

Si può spiegare l’inconcepibile? È razionalizzabile il comportamento estremo più irragionevole? Può avere successo il tentativo di trovare una plausibile spinta comportamentale che possa dare consequenzialità al gesto più contrario all’essere umano, il figlicidio?

È quello che prova a  fare Gianluca Arrighi, avvocato penalista romano, nel suo romanzo Vincolo di sangue. Storia vera di una madre che commette il più orribile, efferato, inspiegabile delitto: uccide la propria figlia.

Rosalia Quartaro è una delle poche decine di donne che oggi in Italia scontano l’ergastolo, il “fine pena: mai” assegnato in Italia nei davvero rarissimi casi in cui la premeditazione, la violenza, la mancanza di circostanze attenuanti rendono il delitto ancora più mostruoso. Nel 1993 uccise, in circostanze particolarmente cruente, la figlia diciottenne e, con la complicità del convivente, gettò il cadavere in un canale del basso lodigiano. La vicenda, per il tema a tinte forti, ma anche per la solita italica morbosa necrofilia, e per una sorta di catarsi collettiva, divenne regina incontrastata delle cronache di quell’estate.

Gianluca Arrighi, investito dall’ omicida dall’onere di assisterla nella fase dell’esecutività della pena, a giudizio definitivo di colpevolezza acquisito, ne ricostruisce la complessa vicenda processuale, ponendosi dall’apparentemente insostenibile punto di vista della rea. Riavvolge il nastro della naturalmente molto travagliata storia personale della Quartaro,  entrando il più possibile nel suo animo eternamente dannato, semplicemente ascoltandola, senza barriere né condizionamenti. E ne emerge una realtà completamente diversa da quella, facile, superficiale e discretamente falsa, rappresentata dai mass-media, che hanno bollato il delitto come a feroce movente passionale, marchiandolo così in modo incancellabile nella convinzione dell’opinione pubblica. Affiora il vissuto di una madre alle prese con una figlia difficile, ribelle, incontrollabile, diciottenne aggrappata sentimentalmente ad un uomo molto più anziano di lei, una madre incapace di controllare le proprie rabbie, i propri fallimenti. Fino a spezzare il cordone ombelicale più solido ed inviolabile, quello del vincolo di sangue.

Il romanzo, scritto con stile piuttosto avvocatesco, freddo, asciutto, quasi in bianco e nero, si divora in pochissimo tempo. Le pagine scorrono velocemente tra pensieri e riflessioni, orrore e compassione, condanna e senso di panico. Provocato dall’assurdità del gesto di violenza estremo. Che pian piano dissolve i propri toni nebbiosi e torbidi, fino a diventare una verità chiara, accecante, scritta con un luminosissimo neon, con una apparente semplicità che mette angoscia. Come se fosse davvero tutto, troppo normale.

Come corollario, esplodono in faccia al lettore argomenti laterali alla vicenda, ma sempre oggetto di assoluti ed eterni contraddittori. La funzione riabilitativa della pena detentiva prevista dalla nostra Costituzione, la superficialità dei mass-media nel creare un’arbitraria ricostruzione che diventa sentenza, la condizione delle nostre carceri, il ruolo subordinato della donna, ancora oggi, nella nostra società. E, sovrastante tutti, la difficoltà dell’essere Madre.

Un libro certamente da leggere, nel cuore di una notte insonne o nella vigile presenza di un’alba precoce, con la mente lucida e pronta a recepire, pensando costantemente con un sorriso benevolo ai propri cari, e perdonando con magnanimità lo stile piuttosto grigio. Che però alla fine, forse, è l’unico che il lettore possa accettare nel sapere di una vicenda così terrificante.

(Giovanni Cattaneo)


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