Quello che manca, di Paolo De Lazzaro

Quello che c’era-quello che c’è=quello che manca. “Equazionalizzare” una perdita. Rendere scientificamente dimostrabile una sensazione. Di vuoto. Di perdita della persona più importante, per limiti, per incapacità, per non averci creduto fino in fondo. Sensazione che diventa pesantissima.
Carlo Martini. Proprietario di una concessionaria di auto. Ricco, un’amante splendida, un vizietto tipico. Trovato ucciso nel suo ufficio. Un caso apparentemente semplice, Carlo aveva qualche nemico, uno molto scontato, diretto, grossolano. Tocca al maresciallo dei carabinieri Riccardo Zanetti andare alla ricerca della verità, attraverso una Roma in trasformazione, una Roma del XXI secolo con nuovi punti di riferimento e vecchie abitudini. Dove un negozio diventa una banca, dove qualsiasi evento è visto con riflessi “pallonari”, dove vecchie borgate infuocate diventano angolini trendy e affollatissimi. E la realtà investigativa, portata avanti tra l’ostilità di un procuratore così pieno di sé da non vedere la punta delle proprie scarpe, e la quasi paterna benevolenza di un tenente antico, arriverà a comporre tutti i tasselli del puzzle, l’ultimo di quali è il più sorprendente, ma il più lacerante.
C’è tanto di buono in questo romanzo di esordio di Paolo de Lazzaro. È molto introspettivo, analizza in modo egregio le impotenze, le inadeguatezze umane di un personaggio, quello del maresciallo Zanetti, perfettamente dipinto. Un antieroe moderno, normalissimo nelle sue debolezze, incapace di trattenere un rapporto per lui fondamentale, quanto lucido, deduttivo, quasi ovvio nel lavoro. È un libro quasi con la colonna sonora, durante la lettura sembra di sentire quei ritmi swing che l’autore tanto bene fa vivere e descrive. Splendida e attualissima è l’analisi del rapporto, normalmente distorto, della città con le tifoserie calcistiche, anzi della tifoseria calcistica che a Roma è la più sanguigna, non discutibile, paradigma assoluto, religione monoteista di questi anni. Al di sopra di ogni logica, legge, ragione. E completamente azzeccata è anche la parte riflessiva del personaggio, che dà un’interpretazione perfetta dei difficilissimi rapporti uomo-donna in questi nostri tempi.
Certo, in un romanzo d’esordio non possono mancare perdonabili imperfezioni. Qualche esagerazione narrativa, da Don Bosco alla Tiburtina all’ora di pranzo non ci può volere un’ora nemmeno se piove, e le prostitute a mezzogiorno sulla Tiburtina stessa non ci sono. Qualche nesso temporale è un po’ confuso, la scelta di qualche cognome è rivedibile (Martini come concessionario d’auto è banalissimo, Gallinari come capopopolo è troppo poco romano). E, a dirla tutta, nonostante lo stile sia piacevolmente “pensieristico” (tutto è narrato dal punto di vista del Maresciallo Zanetti, con molto pensare e poco agire), l’uso di qualche virgola in più avrebbe reso la lettura un po’ meno asfittica. Sono particolari. Che talvolta però incidono (pensiamo, chessò, alla scelta accuratissima dei cognomi dei film di Verdone, già personaggi di per sé). Particolari però che avrebbero reso questo libro, già ottimo nel suo – oserei dire – neorealismo del ventunesimo secolo, ancora migliore.
In ogni caso, interessante, da leggere in particolare nei momenti di crisi personale, ci si accorgerà che alla fine la vita è, inevitabilmente, “una linea spezzata, dove ci sono dei momenti in cui non si va avanti né si resta fermi. Si torna indietro”.

(Giovanni Cattaneo)


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