Paris Kebab, di Marco Trucco

Aver l’anima svuotata a 9 anni. Conoscere l’umiliazione più cocente, per vendetta. Può portare solo verso una strada. Lastricata d’odio, venata di sangue, senza più lume di ragione. Tutto diventa devozione assoluta.

Fez, o un qualsiasi posto in nordafrica. Una storia come tante. Un seme che germoglia in un campo di fanatismo. Una pianta fatta crescere con cura e dedizione. Iniziazione accurata all’arte di fabbricare esplosivi, al credere ciecamente nella Verità Assoluta, al venerare martiri e disprezzare infedeli. Prima fra le montagne di casa, poi lontano. In Europa. Parigi. In un tempo che dopo quell’11 settembre non è più lo stesso. Dove non c’è più integrazione, dove i diversi sono guardati con odio e sospetto. Inserirsi nel tessuto profondo di un mondo così estraneo, senza dare nell’occhio. Carpirne la fiducia per morderne il seno prosperoso e voluttuoso. Votato totalmente alla causa. Ma, alla fine, contagiato dalle debolezze umane. Dalle meraviglie della carne, dai sentimenti più basici. Piacere e rabbia. Inciampi inevitabili, che mineranno la monoliticità.

È la storia di un fanatico islamico. Vista dalla sua prospettiva. Raccontata in prima persona, coi suoi occhi, con la sua anima. A partire dall’infanzia rubata, per continuare in uno dei tanti campi di addestramento in maghreb. Fino all’inserimento in occidente, a Parigi, prima per completare l’opera di apprendimento, poi per diventare operativo. Il punto di vista di un giovane marocchino, votato totalmente alla sua causa, con la sua fede incrollabile, con le sue debolezze, coi suoi perché.

Adoro le opere prime! Sono un’idea, un concetto. Se stessi, quello a cui più si tiene. Espressione d’arte pura. Tutti noi abbiamo i nostri gruppi musicali preferiti. Nella maggior parte dei casi ne adoriamo le prime pubblicazioni. Che sono magari rozze, ingenue, imperfette. Ma che sanno di nuovo. I libri non fanno eccezione.

Marco Trucco, docente di moda e design, esprime in quest’opera la sua idea. Originale, interessante. Sciorinata con attenta dovizia di particolari, sia ambientali, sia intimamente personali. Addirittura tecnici a volte: la descrizione di un’autopsia (non diciamo di chi!) sembra fatta direttamente sul posto mentre vi si assiste. Il percorso del Mujahhedin è perfettamente coerente nel contesto, logico col suo animo e col suo vissuto. E si incastra molto bene nella perfetta e necessaria collocazione storica e geografica. Sia nella parte nordafricana che in quella europea. Ed è efficace l’impostazione visiva in prima persona. Certo, lo stile di scrittura propone un lessico un po’ povero e senza ritmo costante, alterna momenti lenti ad altri più incalzanti. Eventi fondamentali ad altri forse trascurabili. Un pizzico di pathos in più avrebbe tenuto l’attenzione del lettore più desta. Ma, per tornare ad un paragone musicale, è come ascoltare un bel brano suonato così così. Che è meglio di un brutto brano suonato bene. E soprattutto meglio di una brutta canzone suonata male.

Da leggere con interesse, al posto di tanti giornali che straparlano sul tema, o piuttosto che vedere una delle tante trasmissioni TV in argomento. Con calma, superando le ruvidità di un testo che non scorre benissimo ma che è decisamente interessante.

(Giovanni Cattaneo)


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