Panico, di Lorenzo Calza

Quando tutto appare perduto, quando non si scorge nessuna via d’uscita, quando una soluzione sembra non esistere. Col buio come unico, costante, accompagnatore. Dover gestire la più incontrollabile e autodistruttiva delle sensazioni, il panico. Per restare aggrappati. Ad una speranza, alla vita. Stringendola a sé, “prima che voli via”.

Un treno di pendolari preso al volo, destino comune per chi viaggia. Umanità varia in un vagone semivuoto. L’anziano con un’enorme ferita nell’anima, i giovinastri dediti all’autoaffermazione, una tipica famiglia Rom, una donna di belle speranze, un giovin precario come tanti. Ed una galleria. Lunga. Troppo lunga. Infinita. E la sensazione di panico che ti afferra alla gola. Soffocamento, paura, claustrofobia. La mente che non ragiona, un vagone sigillato, una trappola di lamiere che corre all’infinito nel nulla. Per minuti, per ore, per giorni. Nessuna galleria al mondo è così. Tranne quella che conduce all’inferno. Con due ali di demoni a far da contorno. Diversi per ciascun passeggero, diversi per ciascuna anima. Ognuno ha i suoi, personalizzati. Che in una situazione così estrema appaiono a reclamare i propri dividendi. E si prendono una vita, si prendono le dignità, si prendono le menti. Di un pugno di persone irrimediabilmente in preda al panico.

Ha una partenza sfolgorante, questo noir di Lorenzo Calza. Letteralmente, un treno in corsa che porta subito il lettore nella giusta atmosfera di ansia claustrofobica da panico. Grazie anche al ritmo pulito e incalzante, ci si trova davvero proiettati all’interno della carrozza, circondati dal buio, a scrutare una via d’uscita che forse non esiste, e le reazioni personali dei passeggeri. Plausibili, in una tale situazione. Nel corso del viaggio però, la narrazione si perde un pochino, andando a parare in simbologie semioniriche un po’ troppo azzardate, con analisi sociologiche ridondanti e, direi, fuori contesto. A cominciare dal surreale dialogo fra un personaggio dei cartoni animati e un protagonista della cultura italiana degli anni ’70 (non rivelo i nomi per non rovinare la sorpresa), che risulta quasi una stonatura. Distrae dal focus, direi. Poi, la marcia riprende spedita, fino alla conclusione. Che va vicina ad avere una buona logica – un’efficace chiusura del cerchio narrativo – senza centrarla del tutto.

Alti e bassi, in quest’opera che ha una struttura portante interessante, ma che si perde un po’ qua e là, quasi andando fuori traccia. Ma che con una leggera revisione potrebbe diventare racconto ideale per i pendolari che viaggiano in treno…

(Giovanni Cattaneo)


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